Sonate veneziane

 per flauto traverso e basso continuo

Mauro Martello: flauto traverso barocco

 

Le sonate in mi minore e in sol maggiore tratte dall’opera terza del compositore padovano Giovanni Platti, furono pubblicate intorno al 1743. In queste sonate domina lo stile “affettuoso” e cantabile, adatto alle sottili e multiformi possibilità espressive del flauto traverso barocco, nel quale Platti eccelle senza mai scivolare nella esasperata galanteria, con melodie intense e di ampio respiro unite ad una forma solida ed essenziale.

 

Nella stampa originale il compositore indica con molta cura  (spesso al di fuori degli schemi consueti) e con la tendenza tipicamente italiana a legare ampie frasi non solo nei tempi cantabili ma anche in quelli brillanti e rapidi. Si può ancora notare che il linguaggio di queste sonate, pur mantenendosi all’interno dello stile “affettuoso”, mostra caratteristiche proprie molto ben definite, sottintendendo l’esistenza a Venezia (ma il discorso si potrebbe allargare a tutta l’Italia settentrionale settecentesca) di una vera e propria scuola di strumentisti a fiato di legno.

La sonata in mi minore op 1  numero 4 di Benedetto Marcello era già stata pubblicata a Venezia nel 1712 (“Suonate a a Flauto solo con il suo Basso Continuo per Violoncello ò Cembalo”). Ne seguì una edizione londinese nel 1730 in una diversa tonalità.

Nel frontespizio della prima edizione l’autore è accuratamente gratificato di tutti i suoi attributi più preziosi: “nobile veneto”, “dilettante di contrappunto”, “accademico filarmonico”, “arcade”; i primi due risultano in rapporto di stretta conseguenzialità, giacchè il “nobile” Benedetto Marcello appartenente ad una delle più antiche ed illustri famiglie della Serenissima, proprio a causa della sua nascita e della sua condizione sociale non poteva esercitare l’attività di musicista che per semplice diletto, senza trarne alcun guadagno (il che non significa che non possedesse una profonda ed approfondita pratica musicale); il terzo ne puntualizza l’appartenenza alla celebre Accademia Filarmonica di Bologna nella quale era entrato proprio lo stesso anno della pubblicazione delle “Suonate”.  La comparsa di queste ultime potrebbe quindi a buona ragione essere messa in diretta relazione con l’ingresso di Benedetto Marcello nell’Accademia Filarmonica, quasi che il neo-filarmonico intendesse dimostrare pubblicamente la sua abilità di compositore dando alle stampe un’opera appunto di carattere accademico, scritta non per compiacere i gusti del grosso pubblico, ma per soddisfare una ristretta e competente cerchia di intenditori.

Pietro Antonio Locatelli nacque a Bergamo nel 1695, ma è considerato autore di scuola veneziana non solo perché in quell’epoca Bergamo era parte della Repubblica Serenissima (e tale rimarrà per olrte un altro secolo), ma anche perché  tra il 1723 e il 1727. Locatelli ha effettivamente soggiornato e lavorato nella città lagunare venendo così a contatto con il fermento e lo stile musicale che si respirava all’interno delle numerose fondazioni musicali veneziane. Del resto molti sono gli elementi nelle opere del compositore che riportano (e in parte innovano) alla scuola veneta settecentesca.  La sonata in sol maggiore opera 2 numero 4 è parte di una raccolta di 24 sonate che  furono pubblicate in una prima edizione nel 1732 e, in una seconda veste grafica, a Londra nel 1737. In questa composizione  sono presenti tutti gli elementi dei quel virtuosismo espressivo e galante che tanto hanno dato allo sviluppo della musica strumentale europea aprendo nuovi orizzonti anche oltre il secolo XVIII°.

La sonata in do maggiore è tratta da una raccolta di sei composizioni pubblicate nel 1737 che riportano il seguente titolo: “Il Pastor Fido; Sonate per la Musetta o Viella o Flauto o Oboe o Violino e Basso Continuo del Signor Antonio Vivaldi. Opera XIII”. L’attribuzione di questa raccolta al Prete Rosso desta però infiniti dubbi. Infatti molti elementi conducono lontano dallo stile tipicamente vivaldiano, anche se, specie nei tempi lenti e ariosi, l’influenza della scuola veneziana è innegabile. Alcune fonti attribuiscono l’opera al compositore francese “Nicolas Chedeville” , ma risulta difficile credere che il Vivaldi (abile impresario e uomo d’affari oltre che compositore), accettasse di veder pubblicata a nome suo una raccolta di sonate mentre era ancora in vita (Vivaldi muore nel 1741). Risulta quindi prudente astenersi dall’attribuire a tutti i costi questa serie di curiose ed affascinanti composizioni di cui la sonata in do maggiore rappresenta uno dei momenti più felici.

Adolph Johann Hasse nacque vicino ad Amburgo, ma è considerato veneziano di “adozione” visti i lunghi periodi di formazione che ha passato a Venezia. Hasse è stato anche attivo in una di quelle fondamentali istuzioni musicali che erano gli Ospedali (il compositore lavorò in particolare in quello degli Incurabili).  La sonata in sol maggiore è in forma tripartita (allegro, adagio cantabile, allegro)  e nelle linee tematiche, nel brio dei passaggi richiama alla forma del concerto solista. Hasse è sepolto nella città lagunare all’interno della chiesa di San Marcuola.

GLI STRUMENTI ANTICHI

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